Quanto si lavora nel mondo? – Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, il Paese dove si lavora più ore è il Messico (2.257 ore all’anno), seguito da Costa Rica (2.179), Corea del Sud (2.024), Russia (1.980), Cile (1.954) e Grecia (1.906). I Paesi dove si lavora il minor numero di ore annue sono Germania (1.356), seguita Danimarca (1.408), Norvegia (1.419), Olanda (1.433), Svezia (1.453), Islanda (1.461), Austria (1.487), Francia (1.514) e Regno Unito (1.681). L’Italia, con 1.723 ore lavorative annue, si colloca vicino alla media (1.759). E mentre gli Stati Uniti si classificano al di sopra della media (1.780), il l Giappone è al di sotto (1.710).

 

Per quanto riguarda nel dettaglio i Paesi di area europea, le stime dell’Ocse diffuse nel 2020 vedono l’Italia ai primi posti, dopo Grecia ed Estonia, nella classifica dei Paesi dove si lavorano più ore alla settimana (con 33 ore alla settimana, 3 ore in più rispetto alla media europea di 30 ore). Al di sopra della media si trovano anche Irlanda, Portogallo, Slovacchia, Lettonia, Spagna, Slovenia e Lituania. La Germania è il Paese dove si lavora meno ore alla settimana (26). Poco al di sopra, l’Olanda con 28 ore settimanali, il Lussemburgo, l’Austria e la Francia con 29 ore settimanali. Finlandia e Belgio ne registrano invece 30.

 

Non sempre più ore di lavoro significano maggiore produttività. Nonostante l’Italia sia nelle prime posizioni per numero di ore lavorate alla settimana, è invece agli ultimi posti per livelli di produttività del lavoro. La Germania, dove si lavora di meno, è al contrario tra i Paesi migliori per produttività.

 

La proposta della Finlandia – La giovane premier finlandese ha rilanciato una storica bandiera della socialdemocrazia scandinava (e non solo). La richiesta è stata avanzata a fine agosto durante il discorso al suo partito socialdemocratico. Marin, che aveva lanciato l’idea di una giornata di sei ore prima di diventare premier, avrebbe bisogno di convincere gli altri quattro partiti della sua coalizione a spingere attraverso una riduzione della giornata lavorativa a causa della crescente disoccupazione dovuta al coronavirus.

 

Serve “una visione chiara e una roadmap concreta” per puntare a una giornata lavorativa più breve e a un miglioramento della qualità della vita dei lavoratori, ha affermato Marin. “Il traguardo di un accorciamento dell’orario di lavoro non va accantonato e non è in conflitto con quello di assicurare un tasso occupazionale elevato e la solidità dei conti pubblici”, ha aggiunto: a patto d’impegnarsi, “come società, come aziende e come dipendenti, a incrementare la produttività” secondo un percorso che, “in base ad alcuni studi”, la giornata di sei ore potrebbe addirittura stimolare. “Ridurre gli orari e migliorare la condizioni di lavoro” è del resto “un modo per distribuire più equamente le ricchezze”, ha aggiunto la premier finnica.

 

Le altre proposte – Ci sono Paesi o singole aziende in cui l’orario ridotto è già realtà. In Olanda la settimana lavorativa è di 4 giorni con circa 29 ore di lavoro settimanali. In Svezia la riduzione dell’orario settimanale è sperimentato maggiormente in aziende private. In Germania, invece, Jörg Hofmann, presidente del sindacato dei metalmeccanici IG Metall, propone l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni, “con un certo livello di compensazione salariale, in modo da renderla sostenibile per i lavoratori”.

 

Il dibattito è aperto anche in Gran Bretagna, dove un gruppo di deputati ha scritto al cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak per chiedergli di considerare una settimana lavorativa di quattro giorni “in modo che l’occupazione sia ripartita in modo più equo”. Anche la premier neozelandese Jacinda Ardern ha chiesto alle aziende di prendere in considerazione l’ipotesi. In Austria il Partito socialdemocratico ha proposto un programma per ridurre l’orario di lavoro del 20% con una riduzione del 5% dello stipendio netto. Anche nel nostro Paese, in tempi di coronavirus, si è parlato di riduzione dell’orario di lavoro. Nel piano in 4 punti della ministra Nunzia Catalfo è previsto, per esempio, il taglio dell’orario eventualmente compensato sulla retribuzione dallo Stato a patto che l’azienda aumenti l’organico.

 

Può funzionare? – Ridurre l’orario di lavoro dalle 8 alle 6 ore funziona? Potrebbe davvero incrementare l’aumento della produttività? TgcomLab ne ha parlato con Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt (Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali): “Dal mio punto di vista, la riduzione dell’orario lavorativo dovrebbe essere una conseguenza di un aumento di produttività, perché in caso contrario sarebbe un danno per le imprese. In generale, penso che la situazione sia talmente diversa da azienda a azienda che immaginare di ridurre l’orario di lavoro per legge mi sembra complesso e non rappresenta una soluzione alla crisi innescata dal coronavirus. L’IG Metall, in Germania, per esempio, lo propone per le aziende del settore metalmeccanico quindi la misura è legata a un certo tipo di realtà. Farlo indistintamente da un momento all’altro risulterebbe un danno, qualcosa di insostenibile per le imprese, soprattutto per quelle dove in questo momento si fa fatica ad aumentare la produttività”.

 

“Ad ogni modo – aggiunge -. l’idea va presa in considerazione. Per quanto mi riguarda, l’orario di lavoro va messo a tema. Settore per settore, se è possibile azienda per azienda, cercando di capire come si fa a guadagnare produttività e a ridistribuirla non soltanto sui salari, ma tenendo in considerazione le ore di lavoro. Ne abbiamo discusso nel corso dei decenni passati a fronte dell’introduzione di tecnologia che consentiva di lavorare meno e produrre lo stesso. Dunque abbiamo buone possibilità anche oggi. Però, ecco, per me si tratta di un discorso differenziato in base al tipo di settore e azienda e legato alla produttività. E le dinamiche della produttività cambiano in base al settore”.


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