Il 2020 è stato senza ombra di dubbio l’anno di Tesla: il titolo è cresciuto del 743% e molti investitori hanno portato a casa performance da capogiro. Ma tanti altri si stanno leccando le ferite. Sono quelli che in gergo borsistico vengono chiamati “shortisti”, coloro che ritenendo Tesla una “bolla” hanno scommesso su un calo del prezzo delle azioni. Secondo i calcoli di S3 Partners, nel 2020 questo folto gruppo di ribassisti ha perso circa 40 miliardi di dollari.
SHORTISTI SENZA SHORTUna vera e propria debacle, secondo Ihor Dusaniwsky di S3 Partners, intervistato da CNN Business, che ha rischiato di lasciare molti investitori scettici senza neanche i soldi per comprare i pantaloncini (short in inglese) che Elon Musk, fondatore di Tesla, aveva scherzosamente messo in vendita a luglio. In quel momento, infatti, le azioni della casa automobilistica stavano prendendo quota e, accanto agli entusiasti sostenitori di Tesla, un nutrito gruppo di investitori era invece pronto a scommettere sul crollo delle azioni.
L’ANNO DELL’INGRESSO NELL’S&P 500La storia, lo sappiamo, è andata diversamente: dalla data di lancio dei pantaloncini (6 luglio) il titolo Tesla è passato da 274 dollari ai 705 del 31 dicembre, arrivando anche ad entrare nell’S&P 500. Difficile dire se la traiettoria della casa specializzata nella produzione di auto elettriche sarà ancora la stessa, ma per ora Elon Musk – che nel frattempo è diventato l’uomo più ricco del mondo – si gode una rivincita contro i suoi critici più agguerriti.
I RIBASSISTI DI TESLA, AMAZON E APPLEPer gli shortisti di Tesla il 2020 è stata una vera e propria Waterloo. Con 40 miliardi di perdite, infatti, hanno superato le perdite accumulate dai ribassisti delle altre principali nove società di Wall Street messe insieme. Gli shortisti di Apple, secondo i dati di S3 Partners, hanno perso 6,7 miliardi di dollari, mentre gli investitori scettici su Amazon hanno detto addio a 5,8 miliardi. Dopo la batosta subita nel 2020, la quota di investitori short che controllava le azioni Tesla è scesa dal 19% del 2020 al 5,5% del 2021, ancora elevata se confrontata con Amazon e Apple, dove questa quota è inferiore all’1%.Contenuto a cura di Financialounge.com


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